Conoscevo Igor Cannonieri come filosofo. Un filosofo capace di inseguire le nervature concettuali e le condotte argomentative di un filosofo così complesso e sfuggente come Jacques Derrida senza sottostare a una comoda gergalità – nella quale molti si nascondono e quasi tutti si assolvono - e senza rinunciare alla forza dell’interrogazione. Le domande vanno poste e si deve esigere non la risposta definitiva (definitiva? Spererei che non ci fosse), ma sicuramente l’impegno a rispondere, a esporsi, a dire da dove e come e sulla base di che cosa qualcosa viene affermato. Non si tratta di fondazionalismo (chissà poi che cosa questa espressione tanto vituperata significa), ma di responsabilità. La filosofia deve rispondere alle questioni che la interrogano e che ci interessano. Così ho conosciuto Igor: un filosofo nel senso pieno della parola.
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| L.Perissinotto e l'autore - Montebelluna 23.10.08 |
Adesso mi trovo di fronte a un testo che in apparenza ha poco di filosofico (con questo non intendo dire che filosofico sia in quanto tale un pregio). Un racconto? Una messa in scena autobiografica? Un esperimento mentale per capire e capirci? Forse tutte queste cose, o forse nessuna di queste.
Comincio con il dire che ho letto il testo di Igor con passione; e “con passione” intendo questo: mi ha offerto chiavi, immagini, sensazioni per cercare di comprendermi. Chissà quante cose ci dividono - l’età, la formazione, i luoghi e le persone, eccetera - ma vi è qualcosa che sempre unisce e questo accade quando raccontando se stessi si aiuta qualcun altro a raccontarsi, ossia a definirsi, a collocarsi, a intendersi, nel senso precario e al contempo prezioso della parola. Ma sta forse, Igor, raccontandosi in questo testo? Un po’ sì, ovviamente. Cose, eventi, esperienze, amici, amori realizzati e mancati amori, eccetera, sono sicuramente il tessuto intricato della sua vita. Ma perché dovrebbe interessarci la vita di Igor? Si tratta, qui, di un’ individualità unica e irripetibile, o forse di cose che tutti noi abbiamo provato, attraversato, sentito? Siamo irripetibili, ma siamo anche come tutti gli altri. Ogni nostra sofferenza è già stata sofferta; ogni nostra gioia è già stata gioita. Eppure, si tratta sempre e comunque della nostra sofferenza e della nostra gioia, per quanto possano essere condivise, catalogate, categorizzate.
Il testo di Igor dice di sé per dire di noi.
Ovviamente, questo “noi” è problematico… Ma questa è la scommessa della letteratura. Esplorare fino in fondo l’individualità e farla diventare esemplificativa, nel senso forte di interpellante. De te fabula narratur: la vita di Igor diventa il pretesto per domandare su di me (su di noi).
Se non è letteratura questa, che cosa sarà mai la letteratura?
Ma qui, la letteratura si incrocia con la filosofia - se e nella misura in cui la filosofia è la tensione a intendere che cosa sia il nostro stare e consistere e a fornirci immagini per dipanarlo e dirlo. Con questo si va oltre la questione se un testo sia autobiografico o…. quale sarà mai il contrario?
Un testo letterario, anche il più legato alle vicende dell’autore, deve (sottolineo deve) chiamarti in causa; offenderti, vorrei dire, nel senso che una ferita ci dovrà essere dopo la lettura, nella forma magari della domanda: “Che ne è di me?”. Ovvero: “Potrei raccontarmi in modo che qualcun altro possa domandarsi che ne è di lui?”. Così il testo di Igor mi ha interrogato per cui, giunto alla fine della lettura, ho capito che Igor non ha cambiato genere, ma ha realizzato quello che ogni filosofo vorrebbe: raccontandosi produrre negli altri racconti. Interpretazioni? Forse. Magari semplicemente vite esposte al nostro domandare.
Ma vi è anche un secondo aspetto: la scrittura. Quante volte abbiamo provato a dirci, e a dire, e la scrittura ci è mancata? Nel mio caso pressoché sempre. Nel testo di Igor c’è qualcosa di invidiabile. La scrittura si è messa (miracolosamente?) al servizio della cosa. Questo accade quando si avverte che è così e non altrimenti che le cose dovevano essere dette. Il ritmo è giusto, le parole calzano e sono incalzanti. Allora avviene che leggendo si comprende.
In realtà, e a ben vedere, la scrittura di Igor non è univoca. Talora, soprattutto nelle pagine iniziali, sembra aspirare alla concentrazione: un’immagine, un ricordo, uno stato che si fissano e stanno senza apparenti rinvii e relazioni; talora invece il gusto del raccontare, del tessere, del produrre e rintracciare nessi, dell’andare “su e giù”, prende il sopravvento.
Nel primo caso prevale l’impazienza del trovare se stessi nel momento o forse di perdersi nel momento, nel senso di identificarvisi. Nel secondo vince la pazienza del raccontarsi, dell’inseguirsi, del restare più a lungo con se stessi. Ma anche in questo secondo caso, è sempre un evento che si fa racconto, che produce meditazione (si pensi al bellissimo capitolo ventiquattresimo, che prende l’avvio dalla domanda del padre: “Chissà perché uno comincia a rasarsi sempre da destra?”).
Mi è sfuggita poco fa la parola “meditazione”. O forse ho trovato, qui, la parola che cercavo per dire che cos’è questo testo di Igor, o come io l’ho incontrato. Qui “meditare” vuol dire: un pensiero tessuto di narrazione o una narrazione tessuta di pensiero. Non vi è la “cosa” e poi il “commento” sulla cosa. La cosa, se si potesse dire, si fa e si svela nel commento. E’ per questo, forse, che in un testo scritto in prima persona, l’autore non occupa mai la scena. Mentre parla di sé, Igor si lascia dimenticare perché, per dirla un po’ filosoficamente, la sua scrittura accoglie e pratica l’invito fenomenologico a ritornare alle cose stesse.
